Violenza: quando l’amore non è amore


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“Era una sera di febbraio eravamo a casa di amici, durante la serata mi squillò il telefono ma durò poco, un mio caro amico aveva forse cercato di chiamarmi e poi ci aveva ripensato o forse si era solo sbagliato, insomma presa dall’ansia di dover spiegare chi fosse cancellai la chiamata in entrata, ma non sapevo che lui mi stava osservando! Nella strada del ritorno cominciammo a litigare: chi era quella persona, perché mi aveva cercato e, soprattutto, perché avevo cancellato la sua chiamata, cosa stavo nascondendo! Tornammo a casa e lui era fuori di sé.  Mi urlava dicendomi che ero una bugiarda, un’infedele, una puttana, non sapevo come giustificarmi, in fondo avevo sbagliato, perché l’avevo cancellata?! Ma poi ho pensato, avrebbe capito se non l’avessi fatto e creduto che fosse solo un amico? Ero in trappola, qualsiasi giustificazione mi veniva in mente ero messa al muro, lui non voleva sentire ragioni. Ero lì, accanto a lui, mentre discutevamo, quando all’improvviso mi prese la testa fra le mani e me la sbatté contro il tavolo più volte. Fu tutto in pochi secondi da non farmi rendere nemmeno conto di quello che stava accadendo, mi alzai di impulso e andai in bagno, lui mi corse dietro. Il sopracciglio si gonfiò all’istante, mi stupii quanto fosse immediata la reazione del mio corpo. Ero orribile, iniziai a piangere a singhiozzi, non so se era per il dolore, o perché mi spaventai o perché guardandomi ero riuscita a farmi ridurre a un mostro, fatto è che non riuscivo a smettere di piangere. Forse, avevo paura! Lui continuava ad urlarmi contro, insulti che non ricordo nemmeno più, in quel momento pensavo al mio viso, a come avrei potuto giustificare il sopracciglio gonfio. Alzai lo sguardo e lui era di fronte a me, urlava come un pazzo, aveva gli occhi iniettati di sangue e la saliva alla bocca come i cani quando hanno la rabbia, beh lui la rabbia ce l’aveva davvero! Con il senno di poi pensai che quell’immagine, che ancora oggi ricordo con i brividi, mi sarebbe dovuta bastare per scappare da quell’appartamento e non vederlo mai più. Rimasi con lui un altro anno, fino a quando scoprì che mi stava tradendo, e lo lasciai”.

Qui sopra è riportata una testimonianza di una donna che ha voluto condividere la sua storia, questo è solo un episodio che ho pensato fosse il più significativo, la sua relazione è stata piena di eventi simili. Ma quello che mi ha fatto più riflettere è il motivo perché è stata spinta a chiudere la relazione: non sono state le percosse e il maltrattamenti ma il fatto che l’avesse tradita. Fin dove ci spingiamo ad accettare come lecito ciò che accade all’interno della nostra relazione e cosa, invece, è ritenuto impossibile da accettare per noi?

Sempre più spesso veniamo a conoscenza dai media di frequenti violenze domestiche all’ interno di coppie. Secondo i dati dell’ ISTAT sono 14 milioni le donne italiane vittime di violenza fisica, sessuale e psicologica nel corso della loro vita. La maggior parte di queste violenze sono opera del loro stesso partner. Nei ultimi 12 mesi il numero delle donne vittime di violenza monta a 1,150.000 ( 5,4%). Il 3,5% ha subito violenza sessuale, il 2,7% quella fisica. La violenza domestica ha colpito il 2.49% delle donne, quella al di fuori delle mura domestiche il 3.4%. Dall’inizio del 2016 sono 58 le donne uccise da uomini che dicevano di amarle, sono più o meno una media di 9 donne al mese, questi dati fanno davvero paura!

La cosa preoccupante è venire a conoscenza di queste storie quando il fatto è già tragicamente accaduto, ma la mia domanda è, perché non veniamo a conoscenza di questi uomini violenti prima che avvenga la tragica fine? Sono tante le donne vittime di violenza che non dicono a nessuno quello che vivono, il 90% delle donne non denuncia questi fatti, forse per vergogna o forse perché si sono convinte che sono loro quelle sbagliate. Le donne che subiscono questi abusi vivono un malessere psicologico difficile da comprendere, spesso sono loro stesse che non riescono a dare una spiegazione sul perché giustificano questi comportamenti. L’uomo che amano e che hanno accettato come compagno di vita, invece di proteggerle e di darle affetto, le procura dolore. Capita che queste donne rimangono accanto al loro uomo per anni e con il tempo cominceranno ad abituarsi a queste dinamiche relazionali e paradossalmente a convincersi che sono loro quelle sbagliate.

Quando due persone si incontrano e uniscono le loro vite, sperano di passare il resto della loro vita insieme, di condividere emozioni ed esperienze di vita. La rottura avviene quando si perde il confine tra amore e controllo dell’altro. La gelosia patologica deriva da un’angoscia che prende forma nella mente senza alcun dato oggettivo, è immotivato e irrazionale che può portare a violenza. Prima di tutto definiamo cosa vuol dire violenza. La violenza è un’azione aggressiva e volontaria esercitata da un soggetto nei confronti di una altro. Quando parliamo di violenza sulle donne, parliamo di tre tipi di violenza:

–  violenza psicologica: insulti, minacce verbali, intimidazioni, svalutazioni che il soggetto esprime nei confronti del proprio partner;

– violenza fisica: atto di violenza fisica nei confronti del proprio partner, percosse.

– violenza sessuale: passaggio all’atto di un desiderio sessuale  attraverso la costrizione le minacce e i ricatti.

Il soggetto che è ormai in preda alla gelosia patologica, non ha altre ragioni di vita che controllare il proprio partner e la paura costante dell’infedeltà di questo. La gelosia è un sentimento che genera la paura di perdere l’altro, che è la cosa di più caro che si ha, quindi la si vorrebbe tutta per sé. Ma la perdita del confine è davvero sottile, perché la pura di perdere una cosa cara ci può portare a fare dei gesti irrazionali pur di tenerla con sé. La gelosia patologica comporta le seguenti caratteristiche:

– paura irrazionale dell’abbandono;

– sospettosità per ogni comportamento del proprio partner;

– controllo del comportamento dell’atro;

– invidia e aggressività verso i propri rivali;

– aggressività persecutoria verso il proprio partner;

– sensazione di inadeguatezze

Abbiamo detto che la donna vittima di violenza si trova in una condizione difficile che nel tempo si convince di essere lei quella sbagliata e quindi accetta la relazione oggettivamente non sana in una relazione ai suoi nuovi occhi come sana da vivere. La donna in questa relazione vive in uno  stato di inferiorità rispetto al suo partner, dove all’interno della relazione è lei quella che subisce. In una relazione di coppia dove la donna viene maltrattata siamo di fronte al binomio di sadismo/masochismo. Colui che è la parte attiva dell’aggressività è portatore di una struttura narcisistica con scarse capacità di instaurare delle relazioni oggettuali; colei che subisce è pervasa dai sensi di colpa inconsci e da un vissuto di inadeguatezza che la spinge a collezionare una serie di umiliazioni e sofferenze. Essere vittime di violenza comporta la possibilità del manifestarsi di disturbi più o meno gravi sia a livello psicologico che fisco. I maltrattamenti fisici o psicologici provocano paura e forte stress emotivo, e anche isolamento dagli altri e chiusura in se stessi. Il tutto può portare a depressione, assunzione di alcolici o sostanze con possibile conseguenza di somatizzazione alle violenza subite.

Il sostegno psicologico è fondamentale con questo genere di pazienti. Sono persone che hanno perso fiducia in sé stesse e che le porta ad assumere un senso di auto-svalutazione sempre di più in crescendo fino ad arrivare all’ annichilimento della persona stessa. Il lavoro è quello di riportarle sul piano della realtà ripescando le loro risorse e le capacità perdute nel tempo. Ci si pone come obiettivo quello di condurre la vittima al recupero dell’autonomia personale tramite un percorso di riscoperta e di crescita, intervento sulla relazione che la persona ha con sé stessa, con gli altri e con il resto del mondo circostante. Tramutare la debolezza del momento in punti di forza per andare avanti, cogliere le modalità di intervento risultati disfunzonali per sostituirli con quelli più funzionali al sistema. La donna vittima di violenza va accompagnata passo per passo verso una ristrutturazione della sua nuova personalità che dovrà conoscere, riconoscersi e accettarsi.

* Psicologo clinico, Istituto per lo studio delle psicoterapie.

Pubblicato originariamente su http://www.behavioraladdictions.it/violenza-quando-lamore-non-e-amore/

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